Pubblicato da: donalduck2008 | luglio 16, 2008

Arrivo a Vancouver

Di nuovo all’aeroporto di Toronto dopo appena una settimana dal mio arrivo, e per giunta diretto in una citta’ favoleggiata tante volte senza speranza: troppo lontana e troppo costoso il viaggio. Ed ora eccomi in attesa davanti a una vetrata che si affaccia sulla pista, Terminal 3, volo per Vancouver! Grazie all’euro, che vola alto, e grazie alla WestJet, che vola basso (in senso metaforico naturalmente): 500 euro in meno rispetto alle altre compagnie nazionali. E grazie a Julian, che oltre ad avermi fatto il biglietto visto che la mia carta di credito era fuori uso, ha provveduto pure al check-in on line, scegliendomi un posto sulla destra perche’ all’arrivo potessi vedere la citta’ dall’alto.
E in effetti dopo piu’ di quattro ore di volo attraverso il Canada immenso, ecco comparire le montagne a ridosso della citta’ e poi, finalmente, VANCOUVER (la foto pero’ non e’ fatta dall’ai sereo).

Landed. Che formicolio mentre mi avvio all’uscita… Dopo un breve tragitto mi si para davanti l’androne di uscita dei voli nazionali, e mentre ispeziono rapidamente l’ambiente incrocio un po’ piu’ avanti la figura di un ragazzo alto e sorridente a tutto tondo, che viene verso di me. Mi avvicino, poso il borsone a terra, e finalmente l’agognato abbraccio, senza dire una parola, ancora una volta di fronte al nastro trasportatore dei bagagli. Niente saluti, niente salamelecchi: solo un lungo abbraccio, un interminabile sorriso liberatorio e tanti baci fra la gente che passava.
Ci siamo diretti al parcheggio, ancora stretti corpo a corpo, e saliti in macchina abbiamo imboccato le strade ampie e alberate verso il centro. La sorella di Julian, fuori per il fine settimana, e’ stata cosi’ carina da prestarci l’appartamento. Per ricompensarla, abbiamo subito pensato bene di distruggerle un calice di sassi immersi nell’acqua (colpa delle tende in verita’, scutuliate violentemente dal vento) e incrinarle un’abat-jour (altro colpo di brezza gentile). La scena e’ stata molto divertente, perche’ l’abat-jour mi e’ quasi caduta in testa mentre stavo raccogliendo i sassi.
Come avevo immaginato, Julian e’ un giocherellone e mi sono divertito a fargli da spalla. Abbiamo riso, parlocchiato e giocato sul divano come due gatti.

Sulla West Coast fa buio molto tardi, ed erano gia’ le dieci quando siamo andati a mangiare qualcosa da Akira Sushi, vicino casa. Dopo cena e poche centinaia di metri, la spiaggia e il Pacifico. Ci siamo sdraiati vicino a un tronco d’albero, solo per un po’ perche’ eravamo stanchi. Nella mia mente non esisteva piu’ ieri e non c’era domani, nessuna meta, nessuna domanda; solo un ragazzo giocherellone con qualcosa di buio e misterioso nell’animo, e un viso dolcissimo in cui annegare senza pensare piu’ a niente.

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Pubblicato da: donalduck2008 | luglio 15, 2008

Telegrafico messaggio di ritorno

Saro’ succinto.

Dopo essere partito da Vancouver alle 23.35 di ieri sera, sono arrivato all’aeroporto di Toronto alle 7 grazie a tre ore in piu’ di fuso orario. Naturalmente non ho dormito neanche mezz’ora e mi sembra di star vivendo un unico interminabile giorno (sensazione stranissima). Sono venuto dritto a scuola, dove ora mi trovo in pausa, interrogandomi su come faro’ a sopravvivere ad altre quattro ore di lezione (ne ho gia’ superate due). La buona notizia e’ che come pranzo, anziche’ correre a comprare il sushi nei meandri del sottosuolo, ho un panino al salmone preparato da Julian; ci sono anche dei biscottini.

Vancouver e’ una citta’ da sogno, tra mare e montagne. Ho passato cinque giorni ad altissima tensione emotiva. Sono stanco morto, anzi, disfatto. Magone insostenibile. Nello zaino, oltre al panino al salmone, circa duecento foto e una camicia con uno strappo nella manica.

Pubblicato da: donalduck2008 | luglio 9, 2008

“Una tipica esperienza canadese”

Oggi pomeriggio c’e’ stato un thunderstorme e la mia padrona di casa, che e’ una pazza, ha suggerito a tutti di vivere una “tipica esperienza canadese”: la doccia con shampoo sotto la pioggia.
Vai a sapere se sia davvero un costume locale! Non credo lo sia per i nostri vicini, che si sono affacciati per fotografarci, mentre ci docciavamo a piedi nuda per la strada.
A dire il vero un paio di foto le ho fatte anch’io… UNA e DUE.
Licet insanire !!

Per il resto, stamattina ho avuto la mia prima lezione, e la scuola si conferma eccellente. I compagni di tutte e tre le mie classi sono gradevoli, alcuni parlano veramente bene, e ho pure incontrato una italiana di Milano disperata perche’ in sei mesi di soggiorno a Toronto non ha conosciuto un solo connazionale (ma com’e possibile?!). Sei ore pero’ sono davvero pesanti, soprattutto considerato che ho solo mezz’ora di intervallo per mangiare. Io e una francese siamo scesi nella citta’ sotterranea (di cui assolutamente dovro’ parlare in futuro) in cerca di cibo, e naturalmente ci siamo persi nel labirinto, per ritornare in classe con un quarto d’ora di ritardo.

Non so come il mio organismo riesca a sopravvivere alla cucina di casa e ai pranzi fugaci e pressoche’ inesistenti, ma per adesso va avanti senza dare segni di disappunto. Questi canadesi mangiano in una maniera assolutamente disgustosa, indescrivibile, per non dire vomitevole: gli americani al confronto sono dei buongustai.

Sto studiando di buona lena e visto che con lo speaking e, in parte, con il listening non posso fare piu’ di quello che sto gia’ facendo, cerco rabbiosamente di arricchire il mio vocabolario, anche se su 20 parole o idioms o costruzioni che incontro ed evidenzio con le mie pennuzze colorate riesco a ricordarne solo un paio. L’eta’! Oggi pero’ alla prima simulazione della sezione reading del TOEFL ho fatto solo quattro errori…

E domani (mercoledi’) preparero’ il borsone. Giovedi’ attendero’ le prime due ore a scuola e poi direttamente al Pearson International. Mi giunge voce che mi aspetta una coperta sulla spiaggia per ammirare il tramonto sul Pacifico… ma io non riesco che a pensare ad un aeroporto e ad un angelo biondo che mi chiama “Pierpi” con un accento inimitabile.

Pubblicato da: donalduck2008 | luglio 7, 2008

PLI English school Toronto

Se e’ vero che il buongiorno si vede dal mattino, posso gia’ dire sin dal primo giorno che questa scuola e’ di qualita’ nettamente superiore rispetto alla pessima NESE di Boston, alcuni insegnanti della quale non si sa nemmeno come facciano ad avere tale qualifica.

Oggi c’e’ stato solo l’assessment, cioe’ il piazzamento di livello. Organizzazione perfetta, come negli States: metodi anglosassoni in cui tutto funziona come un orologio svizzero. La scuola e’ di media grandezza e siamo stati divisi in due grandi gruppi per la presentazione iniziale della scuola. Poiche’ avevo fatto richiesta di un corso specifico per il TOEFL, il che significa presumere di possedere un inglese intermedio-avanzato, mi e’ stato fornito un test differente da quello che verosimilmente avranno dato ad un candidato per un livello inferiore, e cosi’ mi hanno risparmiato l’estenuante compilazione di decine di quiz di grammatica subita a Boston.
Poi, finito il test, l’interview: dal che ho capito che qui sono persone serie. [ndR. a Boston nessuno ha parlato con me prima di schiaffarmi in una classe]
Dunque finita l’interview, consistente in un colloquio a domanda su argomenti generici, e’ seguito qualche secondo di silenzio dopo il quale l’insegnante ha profferito le seguenti parole: Your English is very impressive. Porca miseria! ho pensato. Ma se a me sembra di balbettare! I didn’t expect it. Comunque mi hanno messo al livello 9B (su 10). Niente grammatica: due ore di Advanced oral and listening, due ore di Advanced reading and writing, e due ore di pratica per il TOEFL. 

Ah, la scuola si trova al settimo piano di un grattacielo, nel cuore della city. Tutto asettico e professional. E c’e’ pure il the (la bevanda) gratis!

Bene, adesso che ho un impressive English e un “martellin d’amore” (ve lo ricordate il martellino del Pergolesi? 😀 ), che cosa potrei volere piu’ dalla vita? Ma un valid visa per vivere e lavorare negli States, of course!!

Pubblicato da: donalduck2008 | luglio 6, 2008

Toronto e la sua oasi naturale

E’ una vera fortuna alloggiare by lake e proprio di fronte al paradisiaco Tommy Thompson Park di Toronto!

In verita’ la casa e’ sita davanti ad un altro parco, molto bello ma meno ameno, l’Ashbridge’s Bay Park. Da casa sono due minuti in bicicletta. Si tratta di un grande parco a bordo lago, con chilometri di piste per pedalare, pattinare, correre, o altro: la donna che vedete nella foto sta facendo jogging spingendo una carrozzina. Ho anche visto carrelli con bambini trasportati da biciclette, bambini su sellini posti sulla canna della bici, e una sorta di tricicli in cui l’adulto pedala stando quasi sdraiato e il bambino sta su un carrello.
Evidentemente qui fanno molti figli.

Un mezzo di locomozione (non a motore) e’ comunque indispensabile, a meno che non vogliate correre. Questo Canada si sta subito rivelando dagli spazi immensi, e camminare non e’ il modo migliore per goderselo. Ecco un bel punto per riposarsi (ma ce ne sono a bizzeffe): una pachina, un pontile di legno, anatre e scoiattoli, e nel mio caso l’immancabile iPod con, ancora una volta, Dolly di Gabriel Faure’ ! C’e’ un porticciolo nei paraggi.
Nelle adiacenze c’e’ anche una spiaggia, ma non era esattamente il mio genere…

Ma ecco che dopo una decina di minuti arrivate nell’oasi naturalistica, paradiso degli uccelli. Non so se le foto rendano sufficientemente, ma non si ode altro suono se non proveniente dalla natura. Niente macchine, niente rumorosi motoscafi, solo gente silenziosa e civile che si gode il parco facendo sport e percorrendo le sterminate piste ciclabili. Lasciamo parlare le foto:
fiori di campo e Ontario
fiori di campo (Toronto sullo sfondo)
pontile
Toronto: non so se riuscite a vedere la aviorum multitudo (mi veniva da scrivere birdorum 😀 )

Se non riuscite, eccola a distanza ravvicinata. Questa e’ stata francamente un’esperienza mai provata prima e che spero di ripetere piu’ e piu’ volte. Non potete immaginare che stridio! Ero letteralmente circondato dagli uccelli.
Uccelli
Uccello
Uccelli su rami 
Stormo di uccelli: di questi ne passano a frotte e in continuazione, formando figure geometriche nell’aria, proprio come avevo visto nelle trasmissioni del dott. Angela! Pero’ non ricordo il nome della specie…

Pubblicato da: donalduck2008 | luglio 4, 2008

Ali al folle volo

Ho un biglietto per Vancouver.  VANCOUVER !!!

Ora, non chiedetemi cosa possa spingere due persone che hanno speso insieme poco piu’ di un’ora nell’androne di un aereoporto, l’una a fare un volo da un Oceano all’altro, l’altra a comprare il biglietto per conto della prima avendo quest’ultima appreso di aver raggiunto il limite di utilizzo delle carte di credito.


 

Come dice Miss Vida Boheme, la trans del film cult “A Wong Foo. Grazie di tutto! Julie Newmar”, se hai un sogno devi solo pensarci intensamente, e lo fai accadere! A me a furia di pensare sono spuntati i peli bianchi nella barba, ma adesso ho un aereo per Vancouver, e un ragazzo che mi aspetta scrivendomi lettere che mi fanno squagliare e che non vedo l’ora di far sciogliere a mia volta tra le mie braccia.

Comunque, la prenotazione e’ stata fatta con la compagnia West Jet e, se tutto andra’ bene, partiro’ giovedi’ e tornero’ lunedi’ (o meglio, martedi’ all’alba). Il volo non e’ cosi’ breve (5 ore) e il fuso orario sulla West Coast e’ di 3 ore indietro. Per risparmiare e contestualmente passare insieme il piu’ tempo possibile, per il ritorno ho optato per un volo che qui chiamano “red-eyes flight”: scomode combinazioni di orari e fusi orari, per cui si suppone che ti vengano gli occhi rossi. Boh! Ad ogni modo, partenza alle 23.35 ed arrivo a Toronto alle 6.55 del mattino, dopodiche’ si suppone che dall’aeroporto io vada dritto dritto a scuola. Con gli occhi rossi, immagino.

Quanto alla carta di credito, dopo che ieri sera il sito della West Jet aveva rigettato per ben 6 volte la mia richiesta di prenotazione, ho mandato un’email a Julian notiziandolo dell’imprevisto, e per tutta risposta stamani ho trovato una sua email con la quale mi comunicava di aver comprato il biglietto a mio nome, per non farci scappare l’offerta. Nel frattempo, mi ero svegliato in piena notte con la felice idea di scrivere alla mia banca e chiedere spiegazioni: fortuna che mi hanno risposto, dicendomi che ho raggiunto il limite di utilizzo di 2,000 euro! La signorina e’ stata cosi’ gentile da chiedermi un’autorizzazione a fare un versamento sulle carte, e spero proprio che abbia letto in tempo la mia seconda email, perche’ oggi e’ venerdi’, e se non avro’ il versamento sono nelle mani del bancomat, che ieri non sono riuscito a usare perche’ le istruzioni in inglese comprendevano termini tecnici mai sentiti prima. Credo che oggi, quando andro’ a ripetere l’operazione, optero’ per le istruzioni in francese…

Speremus!

Pubblicato da: donalduck2008 | luglio 3, 2008

In volo – July, 2

Che coincidenza! Sono passati esattamente due mesi dal primo post dallo stesso titolo.
Il tempo sembra aver preso la rincorsa, rotolando su se stesso a precipizio come le onde che si infrangono sulla spiaggia; cosi’ sono costretto ad interrompere la narratio del mio viaggio a NY per rendervi edotti circa i recenti avvenimenti.

Premetto, anche a rassicurazione dei parentes (qui ho dovuto dire addio sia al mio cellulofono americano che alla scheda prepagata), che mi trovo a Toronto, bene arrivato dopo un gradevolissimo volo di meno di due ore. L’aeroplanino celestino dell’Air Canada, con la foglia d’acero rossa sulla coda, e’ decollato da Boston con un quarto d’ora di ritardo, ma io non avevo fretta e dopo una notte semi-insonne stavo li’ li’ per dormire, anche perche’ dalla vetrata della sala d’attesa avevo visto chiaramente le mie due valigie prendere posto nella stiva (non so perche’ sono ossessionato dallo smarrimento delle valigie. Non so nemmeno perche’ non mi hanno fatto pagare il sovrapprezzo nonostante l’una delle due pesasse 9 chili in piu’ del consentito…).
Dopo il decollo, appena guadagnata quota, la signora accanto a me si e’ alzata e ha cambiato posto, lasciandomi da solo accanto al finestrino. Colpa delle mie ascelle? In effetti non vedevo l’ora di potermi lavare, ma certo che avrei potuto almeno marginare (oddio, si dice cosi’? qualcosa non mi suona) l’olezzo se l’Air Canada mi avesse fornito la mia personale salvietta rinfrescante!

Ma ecco che gia’ l’aereo perde quota per atterrare: sotto di me vedo l’Ontario. Prima che mi obblighino ad allacciare le cinture, mi alzo per prendere una cosa dalla borsa nella cassettiera. Mi risiedo, e pochi minuti dopo spunta un ragazzo che mi chiede se il posto accanto a me e’ libero. E’ vestito elegante, foggia europea, con dei pantaloni di cotone grigi attillati, bei mocassini neri e una camicia bianca a righine rosa. Ops! Ha un vistoso strappo sulla manica all’altezza del gomito, e mi sembra di vedere sangue sulla pelle. Non so perche’ associo il presunto ferimento al cambiamento di posto e penso che gli sia successo qualcosa, o che stia per vomitare. Solo dopo realizzo che e’ proprio un bel tipo: forse qualche anno piu’ giovane di me, alto, snello, biondocchiazzurri… si’, decisamente bello!
Dopo un paio di minuti mi chiede se vivo a Toronto, io rispondo a convenevoli, dopodiche’ silenzio. Ma perche’ si e’ seduto qui? Altri due minuti, e a mia domanda circa la sua destinazione mi snocciola in estrema sintesi un tale complicato succedersi di citta’ che non capisco niente (ma mi guardo bene dal darlo a vedere). Ancora silenzio.

Atterrati! Ci alziamo, io indietreggio di due file perche’ la mia borsa e’ in una cassettiera dietro, e quando mi rigiro lui e’ gia’ avanti, cosi’, senza nemmeno esserci salutati. Boh, vai a sapere! Ma perche’ poi ha la camicia strappata?

Dogana. Ed ecco il tapirulan dei bagagli; il biondo e’ gia’ li’ in attesa e mi sorride da lontano. Io lo raggiungo e a questo punto iniziamo qualche chiacchiera, dopo la quale tira fuori un fogliettino e una penna, e mi scrive qualcosa… email e numero di telefono. Sembra molto timido ma deciso (i miei preferiti). Poi mi dice qualcosa del tipo “che peccato che non sto a Toronto”, ed e’ adesso che il mio sguardo rintontito tradisce tragicamente il fatto che non avevo capito nulla del suo discorso in aereoplano. A Toronto doveva solo prendere la coincidenza per Vancouver, sua citta’ natale, dove si tratterra’ un mese prima di trasferirsi a NYC (e questa e’ solo una sintesi estrema).

I nostri bagagli sono arrivati. Lui sta messo peggio di me, con due borsoni giganti piu’ due bagagli a mano. Che fare adesso? Che carino, e’ cosi’ emozionato! A parole mozze mi fa capire che puo’ prendere il volo successivo, cosi’ possiamo stare un po’. Ci sediamo nell’androne enorme del Pearson International, e ci prendiamo per mano: santo cielo, ditemi che e’ vero!! Siamo molto vicini e riusciamo a scambiarci giusto qualche tenera battuta. Maledizione, le mie ascelle! Sono costretto a scusarmi imbarazzato, ma lui, da vero signore, mi chiede dove stia il problema.
In realta’ il problema sta nel fatto che dopo nemmeno mezz’ora sono costretto ad accompagnarlo al piano di sopra, per il suo imbarco. Prima di salire lui esce fuori e torna con due carrelli. Faccio la fila anch’io al gate d’imbarco, e noncuranti della gente (noncurante anch’essa: del resto non siamo in Italia) ci diamo un bacio che non dimentichero’, come anche la mezz’ora nell’androne del Pearson International, immortalata da una foto che ci siamo fatti fare da un passante. Aspetto che passi i controlli di sicurezza, salutandolo da lontano, finche’ scompare dietro la folla…

Ridiscendo col carrello, incerto circa la veridicita’ dei recenti avvenimenti. Trovo il taxi, prendo il taxi (stavolta) e mi godo lo scarrozzamento fino al mio nuovo alloggio, sito a pochi minuti dal lago. Viuzza di villette a schiera. Il taxi si ferma davanti al numero 93, ed un ragazzino di circa dieci anni che gioca in giardino con un cane mi saluta gridando “Hi, Peter!”.
A casa non c’e’ nessuno ed il perfetto ospite mi guida alla mia stanza: terzo ed ultimo piano della villetta, con bagno privato, vista su alberi. Spoglia ma pulita e silenziosa. E c’e’ internet! (ma mi collego solo ora, id est dopo cena, perche’ avevo bisogno della password del wireless)

Ora sono troppo stanco per descrivere la famigliola. Ho trovato una mail di Julian (ah, si chiama Julian, come il gatto di Gene!); ma da dove l’ha scritta?! Dice che appena varcati i controlli ha saputo di un notevole ritardo del suo volo ed e’ corso giu’ a cercarmi, ma ero gia’ sparito, e che la manica della camicia gli si e’ strappata del tutto (ah, quello non era sangue, ma i filamenti rosa della camicia). Che peccato! Quanto mi sarebbe piaciuto vedermelo comparire di corsa e inaspettatamente mentre gia’ lo facevo sull’aereo.

E adesso? Non ha importanza. E’ un momento magico, e dovunque stia andando a parare non intendo tornare indietro.

Pubblicato da: donalduck2008 | luglio 1, 2008

Enjoy New York (parte III)

… Ed eccomi fuori dall’hotel alle 6.30 del mattino. Una bruma umida si solleva da Central Park ma ancora la temperatura e’ gradevole. Secondo quanto suggerito dall’ottima guida Lonely Planet, intendo godermi una ricca prima colazione newyorkese, e dopo un po’ di ricerche tra Settima strada e Brodway trovo un cafe’ dal nome francese che mi ispira molto: ci sono tavolini sul marciapiedi e mi accomodo aspettando il cameriere. Dopo pochi secondi sopraggiunge un ragazzo bellissimo: il cameriere, appunto (non posso fare a meno di aggiungere che NY e’ stracolma di una quantita’ inenarrabile di ragazzi avvenenti, una concentrazione inaudita!).
Ordino un espresso e una “continental breakfast”, that is un meraviglioso cestino colmo di pane tostato, muffin al cioccolato, una crepe con formaggio miele e noci, tre crespelle, un croissant semplice e uno con gocce di cioccolato, burro e marmellata. Oh my God! E non sapete cosa ho visto servire al tavolo accanto… giusto perche’ non ho voluto spendere piu’ di 15 dollari, altrimenti mi sarei deliziato ancora di piu’.
Dopo aver speso almeno mezz’ora al tavolino, mi alzo e leggero come l’aria mi avvio in hotel per recuperare Luis il colombiano: dobbiamo andare alla Statua della liberta’ con i biglietti acquistati il giorno prima!

L’ottima guida Lonely Planet mi aveva gia’ avvertito delle proverbiali file per imbarcarsi sul traghetto, ma come si fa a rinunciare?! Vi dico solo che abbiamo camminato 5 minuti per trovare l’inizio della fila, che pero’ per fortuna scorreva abbastanza rapidamente, perche’ c’e’ un traghetto ogni 20 minuti e lo riempiono come un uovo. Nell’attesa, mentre Luis girovagava fra le bancarelle con le magliette “cinque a 10 dollari”, ho deciso di accendere l’iPod, e senza immaginarlo ho trovato la combinazione magica: New York-Rachmaninov-Horowitz. Mi si sono inumiditi gli occhi mentre ascoltavo la leggenda suonare il Quarto di Rachmaninov, con la Statua sullo sfondo, e mai fila fu meno penosa. Due russi d.o.c. fuggiti e vissuti a New York, questa era la combinazione magica.

Dunque, senza starla a fare troppo per le lunghe, eccola QUA: “una donna che non dimentecherete”, dice l’ottima guida Lonely Planet, e ha ragione!
Giro per l’isoletta e foto ricordo.

Dopo la Statua, si prende il traghetto e si va nell’isola a fianco, Ellis Island, dove gli immigrati di inizio 900 venivano ispezionati e registrati. Ho visto 3 video con filmini del tempo e ho provato una forte emozione. Per stemperare il tutto, ci vuole un McDonald!
Ecco che con Luis scendiamo una rampa di scale che da’ su un giardino, con i nostri vassoi in mano, quando ad un tratto… tre maledetti gabbiani involandosi dall’alto a sorpresa si fiondano sul mio vassoio ed acchiappano l’agognato hamburger. Gli uccelli, Gli uccelli!! Clamore generale, e a me non restano che le patatine fritte..

Ma e’ ora di tornare a Manhattan, tanto piu’ che all’orizzonte si vedono lampi e si odono tuoni. Il thunderstorm ci sorprende con vento impetuoso mentre stiamo nel traghetto, e alla discesa ancora piove, ma per poco…
In hotel, Luis si fionda sul letto, mentre io dopo una doccia ho ancora voglia di camminare: mi dispiace, ma mi sa che e’ il caso di mollare il colombiano. Con una certa grazia gli dico che vorrei camminare per fare acquisti, e che ci possiamo sentire un’oretta piu’ tardi: lui non fa storie e finalmente me ne vado in giro da solo, secondo i miei desideri.

Ho voglia di camminare un po’ nella parte South di Manhattan, la piu’ vivace a quanto leggo, e scendo ad una stazione della metro che mi sembra conveniente per poi proseguire a piedi. Sbuco nella Settima strada, sempre piu’ sconvolgente, all’altezza dell’Empire; inizio a camminare (piove) e dopo un po’ incomincio a vedere cartelli come quello che vedete in fondo a destra nella foto. C’e’ qualcosa di gajo nell’aria… ma considerato che non sono uso a manifestazioni gaje di nessun tipo, preferendo manifestare nel mio piccolo ogni giorno dell’anno, non avevo fatto assolutamente caso alla fortunosa circostanza che mi trovavo a NY proprio il 29 giugno, giorno del gay pride!

Io proseguo e la folla aumenta, aumenta, finche’ mi trovo nel delirio piu’ totale, talmente totale che mi dimentico di tirar fuori la macchina fotografica, tutto preso dallo spettacolo inenarrabile, e quando faccio mente locale alle fotografie il piu’ bello e’ gia’ passato. Peccato! Vabbeh, ecco quello che e’ rimasto da documentare:
Settima
Famiglia
Beautiful Lady
Settima

Police

Colori
People

Sempre piu’ affascinato da questa citta’ formicolante, sporca, umida, gremita del mondo intero, dal lusso e dalla poverta’ estremi (entrambi solo intuiti e non visti ad occhio nudo), in cui ci si sente come in un acquario e in cui veramente si percepisce come ognuno possa scegliere lo stile di vita che piu’ lo aggrada e trovarsi in questo modo al posto giusto, decido di farmi mezza Manhattan a piedi, e per nulla stanco rientro in hotel alle otto passate.
Luis e’ ancora steso sul letto: ha passato il pomeriggio in stanza. Oh my God!
Mi dice che ha parlato con un’amica che gli ha consigliato vivamente di andare a Times Square, un loco con tante luci. Me lo guardo e gli dico, molto timidamente, che era il luogo in cui ci trovavamo la sera prima. Mi guarda attonito… ok Luis, torniamo a Times Square. Ci vengo volentieri anch’io.

Pubblicato da: donalduck2008 | luglio 1, 2008

Enjoy New York (parte II)

… Trovandoci casualmente vicini alla fermata di una differente linea metropolitana, propongo di prenderla e di scendere all’angolo sud-est di Central Park (l’hotel e’ situato all’angolo sud’ovest), per poi procedere a piedi (forse venti minuti di cammino). Quindi, dopo essere saliti sulla metro, Luis inizia a scrutare la mappa in cerca di un modo per cambiare dalla nostra linea a quella che arriva a Columbus Circle: sostiene che essendo lui uso a prendere la macchina, si stanca facilmente a camminare. Un’ombra mi cala sulle palpebre e inizio a meditare un modo per seminarlo all’occorrenza.
Convinto di aver trovato il modo, nonostante io proponessi un altro cambio, lo seguo e, fatalmente, ci perdiamo. Dovete infatti sapere che a NY all’interno della stessa stazione passano anche 10 treni diversi, e non immaginate che labirinti sotterranei! Prendiamo un treno e torniamo indietro. Ne prendiamo un altro e andiamo verso sud-est. Disperazione! Ci stiamo perdendo. Usciamo in superficie e chiediamo ad un’addetta, che si spazientisce immantinente e non ci fa capire niente. Infine, ciliegina sulla torta: il nostro day pass da 7 dollari comprato con il gentile aiuto dell’ebreo di cui sopra non e’ un day pass, ma un pass limitato a 4 corse. Il day pass costa $7.50. Per 50 centesimi, dobbiamo ricomprare il biglietto.
Adesso non so spiegarvi come finalmente siamo riusciti a riveder le stelle, esattamente quelle di Columbus Circle, ma ricordo di aver precisato a Luis il colombiano con un certo disappunto che la prossima volta deve seguire me, e non fare di testa sua!

Fatta la doccia nel fetido bagno, ritorno in stanza e trovo Luis steso sul letto in posizione cadaverica.
Gli dico gentilmente che se vuole puo’ riposarsi, mentre io vado un po’ in giro, perche’ non voglio forzarlo se e’ stanco di camminare! Povero Luis, mi risponde che a NY e’ meglio andare in due perche’ non si sente sicuro, e che se voglio possiamo andare a vedere il Ponte di Brooklyn e la Quinta strada. Si’, voglio!

Ora, non potete immaginare che colpo che mi e’ preso quando, appena svoltato l’angolo di Columbus Circle e proseguito un po’ oltre, mi sono trovato davanti del tutto inaspettatamente l’ingresso della Carnegie Hall. Il tempio di Wladimir Horowitz, il mito, la leggenda!! Ah, che brivido e che magone mentre cercavo di raccapezzarmi che mi trovavo di fronte alla Carnegie Hall, e cercavo di immaginare le serate in cui suonava Horowitz, che sara’ passato di li’ mille volte… Che pena non averlo mai potuto sentire dal vivo. Adesso c’e’ Pollini (lo leggete nel cartellone), ma e’ tutta un’altra storia, e per raccontarvela in breve vi dico solo che quando chiesero a Horowitz se gli piacesse Pollini, rispose “Non conosco questo pianista”.

Raggiunto il Ponte di Brooklyn senza inconvenienti metropolitani, passeggiamo su e giu’ stanchissimi per l’umidita’ pesante che mi impedisce di godermi il momento fino in fondo, ma non di farmi fare la classica foto ricordo.

Dovevamo andare nella Quinta, ma eccoci per la Settima. Strepitosa, e risparmiero’ altri aggettivi. Camminiamo, camminiamo, io col cuore in gola e il naso perennemente all’insu’, Luis apatico una spanna dietro di me, finche’ fatalmente iniziamo a vedere da lontano le luci di Times Square. Assolutamente indescrivibile, potrei dire follia allo stato puro. Brulichio ovunque, un formicaio. Luci, suoni… purtroppo le mie pessime foto non rendono, e probabilmente nessuna foto renderebbe.
Stanchi morti, ci fermiamo ad un McDonald da cui ho potuto mangiare le patatine fritte seduto di fronte a una enorme vetrata, sempre col naso all’insu’ per ammirare la sfilata di grattacieli illuminati.

Torniamo in stanza verso mezzanotte, mi faccio la doccia nel fetido bagno, infilo i tappi di cera per poter dormire con il rumore del condizionatore acceso, e mi addormento trasognato per svegliarmi, riposatissimo, alle 6 del mattino.
Luis sta dormendo. Io non ho nessuna intenzione di aspettare che si svegli: porca miseria, sono a New York!! Voglio concedermi una fantastica prima colazione newyorkese a Brodway, godendomi i grattacieli immensi sopra di me mentre me ne sto seduto a un tavolino a godermi un muffin e una crepe…

Pubblicato da: donalduck2008 | luglio 1, 2008

Enjoy New York (parte I)

Se intendete viaggiare da Boston a New York e volete fare uno dei migliori affari della vostra vita, prendete uno dei bus della compagnia LUCKY STAR. Trattasi di una compagnia gestita da cinesi, i cui bus partono da South Station (Boston) e arrivano nel cuore di Chinatown a New York. Ci sono partenze ogni ora e a volte ogni mezz’ora, percio’ potete arrivare quando vi pare e comprare il biglietto seduta stante: se non c’e’ piu’ posto, partirete col bus successivo. I mezzi sono nuovi, confortevoli, e il viaggio dura circa 4 ore.
Il prezzo: 15 dollari. Il che significa meno di 10 euro…
[In realta’ ci sono due compagnie simili, ma l’altra che ha un nome cinese che non ricordo ha fama di avere incidenti, incendi e cose simili, nonche’ di essere perennemente in ritardo]

Dunque dopo un viaggio di meno di 4 ore (partenza alle 7.30 del mattino) io e Luis il colombiano siamo sbarcati in Chinatown, non senza prima aver attraversato il periferico Queen e oltrepassato il Manhattan bridge, da cui finalmente avrete la visione ravvicinata del mitico ponte di Brooklyn e arriverete nell’isola di Manhattan.
Ed eccovi subito a fare i conti con i meandri della metropolitana di NY, e ancor prima con la macchinetta dei biglietti. Tutto fila liscio grazie ad un gentile ebreo che solo per averci visto scrutare la mappa della metro ci chiede se abbiamo bisogno d’aiuto, e non solo ci dice da che parte del labirinto sotterraneo dobbiamo andare, ma smanetta lui stesso con la macchina dei biglietti e ci consente di ottenere il nostro day pass per 7 dollari.

L’hotel prescelto e’ uno squallido edificio di 17 piani e 500 stanze: YMCA, West Side Manhattan, pochi metri dopo Columbus Circle e giusto in uno dei quattro angoli di Central Park.
La stanza e’ uno sgabuzzino con un letto a castello, ma per aver prenotato una settimana prima non vi rendete conto della fortuna che abbiamo avuto!! Solo $60 per notte (sappiate che a NY si parte da 200 dollari per un hotel a una stella), e guardate che vista! Sullo sfondo East Side Manhattan, e gli alberi sono quelli di Central Park.

E via con la prima escursione. Luis il colombiano, un personaggio che non potrei descrivere a parole, propone come prima attrazione la Statua della liberta’. Un po’ turistica come meta, ma vuoi andartene da NY senza esserci stato?!
Ripassiamo da Columbus Circle e scendiamo nell’inferno umidissimo della metropolitana. Sporca, calda, labirintica e… lavori in corso! Che sfiga, gia’ e’ difficile non perdersi, figuratevi coi lavori in corso. Mentre procedevamo lungo le stazioni verso sud Manhattan, ad un certo punto un messaggio disturbatissimo inizia a blaterare qualcosa di inizialmente incomprensibile. Io acchiappo “last stop” e drizzo le antenne. Il povero Luis era gia’ diventato pallido per non aver capito nulla, ma io lo rassicuro: il messaggio diceva di scendere alla prossima e di prendere un’altra linea metropolitana, la quale a sua volta si sarebbe fermata ad una certa stazione, da dove a nostra volta avremmo trovato gli shuttle bus verso il capolinea (la nostra meta). Luis, tutto contento, non finiva di ripetere: Your English works, your English works!!

Beh, che dire? Sara’ pure turistica, ma quando sono arrivato in Battery Park, nell’estrema punta di Manhattan, e ho visto da lontano la Statua (che si trova su di una minuscola isola di fronte), non ho potuto fare a meno di starmene li’ qualche minuto a occhi sgranati e bocca aperta, proprio come l’ottima guida Lonely Planet suggerisce di non fare (“per distinguersi”, dice).
Peccato, foto orrende da lontano: giornta umidissima, afosa, molto calda. Non potete immaginare dentro la metro…

Alla biglietteria ci dicono che non avremo tempo di visitare Ellis Island, l’isola adiacente alla statua e compresa nel prezzo del biglietto, in cui gli immigranti dei primi del Novecento sbarcavano e venivano sottoposti ai controlli. Luis propone di tornare l’indomani e, io approvante, ci dirigiamo di nuovo verso la metro, con l’intenzione di andare a farci una rapida doccia e poi visitare la Quinta strada…

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