Pubblicato da: donalduck2008 | marzo 20, 2009

Dove alloggiare a Boston

Un generalissimo consiglio: qualsiasi cosa scegliate (B&B, hotel, pensione…) non smaniate di alloggiare downtown (= in pieno centro). Nonostante la sua immagine di metropoli americana, Boston è in realtà una città piccola, più o meno quanto Firenze o Venezia, e – a differenza di queste ultime – è collegata benissimo da ben 6 linee metropolitane. Quindi abbiate piuttosto cura di scegliere un alloggio vicino ad una fermata della metro: anche se non sarete downtown, potrete raggiungere qualsiasi posto facilmente.

Non ci sono quartieri sconsigliati o particolarmente pericolosi, come a NY. Anche la Chinatown bostoniana si trova in pieno centro ed è un quartiere pulito, civile e fondamentalmente europeo. Ora che ci penso, tutta Boston è pulita, civile e fondamentalmente europea…

Un quartierino perfetto dove alloggiare è Cambridge. Anche se i locali tengono ben distinta Boston da Cambridge, come se fossero due cose completamente diverse (in realtà in parte lo sono), sono praticamente attaccate,  come dire San Pietro e quartiere Prati a Roma, e si fronteggiano da una parte all’altra del Charles River. A Cambridge c’è l’università di Harvard e la caratteristica zona di Harvard Square, con tanti localini carini per bere e mangiare. E’ collegata a Boston dalla Red Line. Leggete l’articolo su Cambridge in questa categoria e guardateve un po’ di foto!

Un altro magnifico quartiere dove stare, anche se di carattere totalmente diverso da Cambridge, è il South End: elegante, un po’ snob, molto parigino, attraversato dalla bella Tremont Street piena di locali. E’ il quartiere gay di Boston (ma lì i gay sono di casa e ben accetti ovunque). E’ collegato dalla Orange Line. Guardate anche in questo caso le foto nell’articolo dedicato al South End in questa categoria. Un altro quartiere molto elegante ed esclusivo è Back Bay, a fianco del South End dalla parte del fiume

Anche se dalla cartina sembra un po’ fuori mano, il quartiere di Brookline è ottimamente collegato dalla Green Line, che in quella zona cammina in superificie, e personalmente ho un dolce ricordo di quel quartiere. Sarà che lì sono sbarcato appena ho messo piede a Boston la prima volta. E’ il quartiere ebraico di Boston, europeo e piuttosto elegante in alcuni tratti.

Il quartiere italiano si chiama North End, e si trova downtown proprio davanti al porto; Somerville è un sobborgo a nord di Cambridge, e nella parte più vicina a Boston (lato mare) c’è il primissimo nucleo della colonia britannica.

Per qualsiasi dubbio, google maps con la street wiev è una mano santa! Immergetevi in una strada di Boston grazie alle foto tridimensionali della street wiev, e se non fa per voi cambiate quartiere (con l’avvertenza che, per come la vedo io, se un quartiere di Boston non vi piace, non ve ne piacerà nessuno).

Pubblicato da: donalduck2008 | agosto 15, 2008

Epilogo

13 agosto – 14.10
Toronto Pearson, Terminal 3. Il mio volo è previsto per le 18.25, ma mi trovo già qui perché l’aereo di Julian per Vancouver partiva alle 14.30. L’ho accompagnato al check-in al Terminal 1, e mentre stavamo in fila non facevo che riempirmi gli occhi di quella persona straordinaria, cercando di capacitarmi del fatto che non dovevo farmi domande. Terminato il check-in, abbiamo fatto insieme un pezzo di strada verso lo shuttle che porta al Terminal 3, dopodiché, usciti da un ascensore, abbiamo messo in atto il piano: “No goodbye, just go”. Un abbraccio forte forte, niente baci, niente parole, e via senza voltarci indietro a guardare.

Al momento ha funzionato, ma ora sono seduto a pochi passi dal banco del check-in della British Airways, con il carrellino carico dei miei bagagli, cercando di soffocare contestualmente conati di pianto e un attacco di panico.
Sapessi almeno cosa cazzo fare per far passare 4 ore! Non è il caso di ascoltare musica. Farò qualche giro panoramico spingendo il carrellino. L’importante è che io non pensi.

15.00
Dopo aver mangiato un pacchetto di patatine, mi ero giusto avviato per il giro panoramico quando mi sono sciaguratamente imbattuto nei banchi del check-in della West jet (= viaggio a Vancouver). Maledizione! Questo aeroporto è intriso di ricordi e non vedo l’ora di partirmene. Non riesco nemmeno a farmi venire l’ansia del viaggio, per sopprimere quella del distacco, perché ormai ho preso talmente tanti aerei che mi muovo negli aeroporti come a casa mia.
Un tizio davanti a me sta mangiando un muffin; sembra buono. Andrò a chiedergli dove l’ha comprato.

16.20
Eccomi al gate. Ho fatto il check-in e superato i controlli in cinque minuti: quando cerchi le file per passare il tempo, va sempre tutto liscio! Qui piove a fa freschetto; non riesco a immaginarmi catapultato nel ferragosto bollente come da un altro pianeta. Povero me come mi sento male.

18.00
Finalmente seduto nel Boeing 767. Ho un posto accanto all’oblò. Ho caldo e un mal di testa allucinante; sto malissimo.

19.38
Sorvolando il Quebec. La hostess è già passata per un primo drink: ho chiesto una bottiglietta di vino rosso. “Prieur des Jacobin”, Bordeaux 2006, scolato a digiuno. Mi sento leggermente stordito. Va un po’ meglio. Ascolterò Vivaldi.

[?]
Cena: salmone, farro, insalata e un’altra bottiglietta di vino rosso. Mi gira la testa mentre fuori cala il buio. Va un po’ meglio.

[?]
Pieno Oceano Atlantico. Una lama di luce rossastra taglia l’orizzonte. Forse ho sonnecchiato; ho perso la cognizione del tempo. Sto male a tratti.

[?]
Sorvolando Bristol. Il sole mi punta dritto in faccia all’oblò. Non mi sento stanco, ma totalmente annientato.

14 agosto – 8.29
Giusto arrivato al gate d’imbarco del volo per Roma, previsto per le 9.15; per fortuna le trafile per il cambio di Terminal qui a Londra sono state lunghissime, così non dovrò attendere molto: mi sono rotto le scatole di aspettare aerei. E poi quando aspetto all’aeroporto, associo. Non mi sento per niente stanco, nonostante per me siano le 3.30 di notte e non abbia dormito quasi per nulla. Stranissima sensazione di apnea opprimente.

11.00
Non ci posso credere: sono di nuovo all’aeroporto!! Dopo un’ora e mezza di attesa dentro il velivolo, hanno annunciato che dovevamo cambiare aereo perché il computer di bordo s’era sfasciato. Non ne posso più, sono stanco!

15.30
Stiamo per atterrare. Sarei dovuto già essere a casa da un paio d’ore. C’è una cappa di nebbia sopra i campi. Oddio, sono di nuovo a Roma.

17.45
Ecco la situazione in aeroporto dopo il recupero bagagli: la valigia gigante con la destra, la valigia grande con la sinistra, il borsone alle spalle e la ventiquattrore a tracolla.
Ma che avranno tutti da guardare?! Non sono mai stati fuori casa per quattro mesi? Sarà perché a quella stronza della valigia grande si è rotto il manico allungabile, e perciò sono costretto a procedere sbilenco sudando come un mandrillo?
Sono talmente depresso che attacco bottone con tutti, possibilmente in inglese. Ho addirittura aiutato un’australiana a comprare il biglietto per il treno.
Comunque adesso sono a casa. Mi sembra tutto piccolo, e sto più di là che di qua (in tutti i sensi). Non ho fame e non sono stanco.

Ho trovato una email di Julian. Mi dice che non ha capito bene se dobbiamo rimanere in contatto o no. Quanto lo amo!😀

15 agosto – 9.30
Mi sono svegliato da poco, già a posto con il fuso orario. Adesso disfarrò le valigie (= buttare tutto per terra), e ne preparerò un’altra per Diamante. Metterò la camicia strappata di Julian nel fondo di un cassetto. Quanto a me, adesso ho bisogno di rilassarmi un po’ e di digerire, e per fortuna non avrei luogo migliore per farlo. Ho recuperato troppo presto il fuso orario, apparentemente riassorbito l’urto ferale e anestetizzato il distacco fatale: preoccupante.

See you soon, America!

Pubblicato da: donalduck2008 | agosto 7, 2008

Brevissime da Ottawa

Dopo aver portato avanti per tre mesi questo mio blog (e con mia stessa meraviglia! ero certo che avrei lasciato cadere il progetto dopo i primi due o tre post), proprio agli sgoccioli sto trascurando il popolo dei miei aficionados (che anch’essi per parte loro mi hanno lasciato da tempo alla dimensione del soliloquio🙂 ), con la scusa che qui dove mi trovo non ho il wireless e percio’ non posso usare il mio portatile.

A proposito, ma dove mi trovo?
Sono ad Ottawa (ho foto, ma davvero non mi va di fare tutta la trafila per metterle online), ospite dagli amici italiani che vivono qui da dieci anni. Vivono in una bellissima villetta, in stretta simbiosi con le due figlie (sposate) che passano qui quotidianamente a depositare gli infanti (unica nota stonata, come intende chi ben conosce il mio profondo amore per i bambini…). Ometto aneddoti, descrizioni e impressioni, che sarebbero divertenti, ma davvero non ho modo di stare al computer con agio.

La citta’, peraltro capitale del Canada, e’ una provincia di una noia mortale e con qualche elemento di interesse particolare (che in genere ha a che fare con la natura). Ora capisco perche’ mia sorella, che ha vissuto qui otto mesi, ha deciso che il Canada non era cosa per lei😀

Domani andro’ a Montreal (gita di un giorno), e domenica si ritorna a Toronto. Passero’ l’ultimo scampolo di questa avventura con Julian (sto contando le ore che mancano a rivederci), percio’ non credo che avro’ modo di scrivere ancora prima di tornare in Italia, ma non manchero’ di notiziarvi una volta reimpatriato. Se tutto va bene, dovrei atterrare a Fiumicino alle 12.40 del 14 agosto (oh my God), in che condizioni di spirito non oso nemmeno immaginarlo.

Pubblicato da: donalduck2008 | agosto 3, 2008

Niagara

Ecco un tipico esempio di gita utile solo per dire “ci sono stato”, nonche’ per togliersi la curiosita’. Deludenti!!

Sono partito da Toronto con un tour organizzato: pullmann pieno di spagnoli in eta’ verde vocianti nel loro idioma (avete presente la Mariso’ del film di Verdone?), piu’ due italiani, merce rara (ma dove stanno gli italiani in America??). Avvicinatomi per fare conoscenza e parlare un po’ nella mia sacra madrelingua, la ragazza, una torinese qui per due settimane, ha iniziato a lamentarsi perche’ non mangiava pasta da sei giorni (l’avrei strozzata!!), e il ragazzo, un milanese, faceva commenti con la classica cadenza lumbard tipo quel fighetto del Grande Fratello.
Ok, faro’ a meno di parlare in italiano.

Il tour prevedeva una sosta in un’azienda vinicola (cosa di cui non ho capito il senso, comunque almeno adesso so che esiste un vino chiamato “ice wine”, le cui uve vengono raccolte in inverno a -10, e il cui sapore ricorda molto la visciola). Poi siamo arrivati nel punto in cui si trovavano le cascate svariati secoli fa, poi avanzate per l’erosione: una specie di conca con una teleferica che la sorvola andando su e giu’ da una parte all’altra; turisti impazziti e foto panoramiche. Se avete un minimo di senso estetico e amore per la natura, non verrete colpiti da nessuna emozione.

Cascate: attorno a questa massa d’acqua che si riversa dal salto con una potenza impressionante, e’ stato costruito un business ancora piu’ impressionante. La cittadina e’ orribile, piu’ finta di un luna park. Anzi, si direbbe proprio un luna park! Negozi improponibili, luci simil-Las Vegas, passeggiate che sembrano di plastica, aiuole curatissime (di plastica anch’esse?).

Fate il giro sul barcone che vi porta vicino alle cascate: e’ l’unica esperienza degna di nota, visto che nel complesso lo spettacolo naturale e’ assolutamente deludente. Troppi turisti, la natura – che gia’ di per se’ non e’ un granche’ – scompare sommersa dal kitch tremendo delle infrastrutture turistiche. Forse sarebbe piu’ interessante un visita in pieno inverno: le foto di mia sorella, che ci e’ andata quando era tutto innevato e ghiacciato, sono molto piu’ belle delle mie. E probabilmente c’e’ anche meno gente.
Se poi volete solo divertirvi, allora fate in modo di dormire li’ una notte: potrete godervi le cascate illuminate di notte, i fuochi d’artificio nel fine settimana, i casino e tutto il ciarpame della cittadina-luna park. Quella sciocchina della mia coinquilina, una venezuelana che dice di essere venuta qui per trovare marito e avere la cittadinanza, e che si meraviglia di come io la sera non vada in giro per parties, era tutta estasiata per le lucine colorate. Adesso sogna di andare a Las Vegas.

Lo so, oggi sono particolarmente acido…🙂 Mi sembra di essere arrivato ieri e sto di nuovo con le valigie aperte, che fra l’altro lascero’ qui a casa (ad Ottawa solo col borsone e lo zainetto). Verro’ a riprenderle prima di partire (la mia padrona di casa ha invitato me e Julian a cena!). Spero che la piacevole compagnia dei Rizzi, i nostri cari amici pugliesi in Ottawa, mi faccia dimenticare la destabilizzante imminenza del nostos.
Partiro’ fra tre ore, in treno.

Pubblicato da: donalduck2008 | luglio 30, 2008

Just landed from Chicago

Se e’ vero che il buongiorno si vede dal mattino, quando il viaggio di andata si apre con i peggiori auspici aspettatevi il peggio per quello di ritorno! Il teorema si e’ puntualmente tradotto in realta’ e fino a poco fa ero allo stremo delle forze, causa mancanza di sonno e di cibo. Rimediero’ al primo stanotte; quanto al secondo, un provvidenziale barbecu a casa della scoreggiona (una spettacolare vicina di casa di cui prima o poi dovro’ parlare prima o poi) mi ha rifornito di sufficienti energie.
Ma ecco gli eventi.

All’andata, domenica mattina, nell’ordine:
– ho sbagliato aereo (per i novellini del volo: se nella vostra prenotazione c’e’ scritto “Air Canada operato da United Airlines”, vuol dire che l’aereo e’ United Airlines, ancorche’ compaia un numero di volo Air Canada);
– non risultava la mia prenotazione del posto a sedere;
– la dogana americana e’ in territorio canadese (con conseguente fila non prevista per i controlli);
– il computer mi ha sorteggiato affinche’ la mia borsa venisse aperta e io venissi palpeggiato ovunque (che cosa fastidiosissima);
– sono arrivato di volata al gate giusto in tempo per non perdere l’aereo, e straordinariamente incazzato! Che cosa dovevo aspettarmi ancora, perdermi all’aeroporto di Chicago?!

Ma certo!! Ho vagato per un quarto d’ora prima di trovare l’uscita giusta, e quando finalmente sono riuscito a individuare il treno per la city sono dovuto tornare indietro a comprare una banana per avere una banconota da $10 (la macchinetta dei biglietti non da’ resto). Ho avuto quasi un moto di commozione quando sono emerso in superficie, non lontano da Michigan Avenu: non pensavo che ce l’avrei fatta!

Ma andiamo direttamente al ritorno, previsto per ieri sera. Arrivato all’aeroporto (stavolta) con largo anticipo, superati i palpeggiamenti della security (ma ce l’hanno con me?), “mangiato” da McDonald (giusto per sopravvivere) e passeggiato un po’ per la struttura aeroportuale, mi sono accomodato al gate ascoltando musica in attesa del volo previsto per le 21.35. Dopo un po’ una signora ha attaccato bottone raccontandomi le sue disavventure del giorno prima: era andata a trovare il figlio a Dallas, poi le avevano cancellato il volo, la compagnia l’ha mandata in hotel per la notte ma le ha dato solo $50 e lei si e’ dovuta pagare il resto della stanza, ora doveva tornare a Little Rock, ma aveva perso la coincidenza da Toronto, ora nessuno le diceva cosa fare, etc. etc. Io l’ascoltavo con sguardo compassionevole, condito da qualche “I’m so sorry!” ogni tanto…
Ma ecco che al gate d’imbarco, al posto di “Toronto”, compare “Washington”. Avranno spostato il gate, penso: la signora mi suggerisce di andare a chiedere.
VOLO CANCELLATO!!

Non ci potevo credere!!!! “Ti ho portato sfortuna”, mi ha detto la signora (in realta’ non ho capito esattamente quello che ha detto: vado per inferenze, come il piu’ delle volte). Che potevo fare, assalire la hostess? Ho accettato supinamente l’offerta della stanza in hotel, e mi sono avviato di nuovo verso i meandri del labirintico O’Hare, senza aver capito assolutamente niente le spiegazioni su come raggiungere lo shuttle bus. Chiedi e richiedi, finalmente trovo lo shuttle, che dopo una decina di minuti arriva all’hotel. Pero’, l’ingresso si direbbe elegante…

I coudn’t believe it!! Entro e mi si para davanti una hall oceanica, con al centro 4 ascensorini di vetro che vanno su e giu’ per lo spazio di undici piani. Proprio come nel film “L’inferno di cristallo” !! Un brivido mi trapassa la schiena quando alla reception mi chiedono la carta di credito: penso alle parole della signora dell’aeroporto… non mi dovro’ mica pagare la stanza? A mia domanda, la signorina dice che la carta e’ necessaria in caso di spese extra, che verrebbero automaticamente addebitate sul mio conto. Non mi fido, ed entro nell’ascensorino con una certa titubanza.

Stanza al decimo piano. Entro: porca miseria, una roba principesca!! Enorme vetrata panoramica con lettone galattico giusto dietro di essa, scrivania gran lusso, frigo, lampade, televisione, moquette, poltrone, mobiletti, e il bagno tutto marmi. Per caso leggo un opuscolo, da cui apprendo che mi trovo in una stanza da….400 DOLLARI!!!
Panico. Non mi addebiteranno mica $400 sulla carta di credito?! Cerco di essere razionale, e mi vado a fare la doccia.

Non si puo’ dormire in una stanza cosi’! Cerco di godermela il piu’ possibile: faccio tre docce, guardo la televisione, ascolto Respighi, volteggio nudo con lo scialle in dotazione, mi siedo alla scrivania, telefono a Julian (da Chicago il mio US cell funziona di nuovo), apro tutta la tenda per dormire con la vista dalla vetrata… Ma il mio aereo e’ alle 6.41 e dormo solo due ore. Arrivo direttamente a scuola, distrutto.

E ora, mixed spettegulezz:
– sabato vado alle cascate del Niagara, e domenica parto per Ottawa;
– il caro Gene e’ caduto dal letto durante sonni agitati e si e’ rotto un braccio: subira’ un intervento domani, ma mi e’ sembrato piuttosto tranquillo;
– io e Julian… di nuovo insieme a Toronto😀😀😀 Ci troveremo qui domenica 10, io da Ottawa e lui da Vancouver, fino al giorno della mia partenza. E’ riuscito a trovare una stanza da $100 a notte (da dividere per due) allo Sheraton. Niente male, benche’ insieme a lui pure uno sgabuzzino mi sembrerebbe piu’ brillante della stanza principesca in cui ieri ho dormito da solo.
A proposito, l’ha pagata la United Airlines😀

Pubblicato da: donalduck2008 | luglio 24, 2008

Toronto come sembra

Mi sono appena reso conto che dopo venti giorni di permanenza ho scritto solo due post su Toronto. Probabilmente sono stato assorbito da eventi di svariata natura (…), nonche’ dalla scuola, che con le sue sei ore giornaliere si sta facendo pesante. Nonostante l’eccellenza dell’istruzione impartita, non posso che vedere di buon grado il fatto di essere ormai arrivato all’ultima settimana di corso (la prossima) – il che non significa affatto che veda di buon grado il fatto di tornare in Italia, idea ben lungi dall’essere digerita. L’unica prospettiva piacevole in questo e’ la mia supposta discesa a Diamante giusto un paio di giorni dopo l’arrivo, luogo dove potro’ temperare il mio umore, che (se mi conosco bene) sara’ sicuramente dei peggiori.

Ad ogni modo, se dovessi dire qualcosa di curioso su Toronto, direi che funziona come un orologio. Sono tre settimane che prendo il tram, e sono tre settimane che alla fermata incontro sempre le stesse persone: due donne e un uomo. Se arrivando alla fermata non vedo, in lontananza, i miei tre amiconi, posso essere certo di aver perso il tram. Dico “perso” come se stessi parlando di un treno o di un aereo, perche’ qui il tram spacca il minuto.
Questa cosa della puntuale ripetitivita’ quotidiana, ancorche’ piuttosto noiosa, e’ utilissima per chi, come me, non possiede un orologio (e attualmente nemmeno un cellulare). In un certo senso potrei anche fare a meno di guardare il numero del tram: ce ne sono due che vanno in direzione della mia scuola, e se quando salgo mi trovo seduta “lady book” vuol dire che sto sul 503, se invece ad una certa fermata sale “la sbavona” vuol dire che sto sul 502.
Lady book e’ una tizia che legge un libro con cipiglio serioso e molto compresa di se’. Accanto a lei non e’ seduto nessuno (non c’e’ un motivo preciso: e’ semplicemente sempre cosi’), quindi quello e’ il mio posto. Posso seguire esattamente i progressi giornalieri della sua lettura, e devo dire che non va molto spedita. La sbavona e’ una signora con le stampelle e una tuta grigia, che sale con una scatoletta in mano, la apre, ne beve il contenuto leccando il bordo e succhiandosi le dita, e poi rimette il tutto nella borsa.

Quando scendo dal tram, se sono in orario, incrocio una fiumana di incerta provenienza (presumo stazione della metro), all’interno della quale riconosco quotidianamente alcune facce. Se la fiumana si trova all’inizio della via, vuol dire che sono in ritardo. Sono in orario quando la incrocio pochi metri dopo il palazzo della mia scuola.

Le strade sono tutte rettilinei. La metropolitana ha direzione Nord, Sud, Est, Ovest. In realta’ non esiste un “ingresso della metro” in senso propriamente detto, perche’ l’intero sottosuolo del centro della citta’ e’ un immenso labirinto (chiamato Path) con uscite nel basament dei piu’ grandi palazzi, percio’ da qualsiasi punto si puo’ arrivare alla metropolitana. E’ nel Path che gli abitanti si rifugiano durante i lunghi inverni, per nutrirsi, fare shopping e socializzare. Tanto e’ il contrasto fra vita da talpa e vita alla luce del sole, che usano chiamare la bella stagione “stagione dei patio”, perche’ la gente puo’ socializzare nei patio dei locali all’aperto anziche’ rintanarsi nei cunicoli del sottosuolo.

Ed ecco che diluvia di nuovo! Ma chi ha detto che a Toronto a luglio si crepa di caldo? Immagino che stanotte dormiro’ di nuovo col piumone…

Pubblicato da: donalduck2008 | luglio 23, 2008

Vancouver: epilogo

Cerchero’ di essere sintetico.

Sabato mattina: partenza per una spiaggia oceanica a nord della citta’, con sosta presso la casa dei genitori di Julian, che nel frattempo si trovavano ad assistere ad una gara di triatlon di sua sorella. Abitazione spettacolare, su tre livelli, con certe vetrate sul soffitto, vista mare e spiaggia cento metri piu’ avanti. L’acqua era piu’ calda di quella dell’Atlantico, ma pur sempre freddina per me abituato a quella hot tub che e’ il Mediterraneo. Cosi’ Julian si e’ fatto il bagno e io sono rimasto sugli scogli, da dove ho potuto vedere una foca, che si e’ inabissata prima che riuscissi ad agguantare la macchina fotografica.

Nel primo pomeriggio partenza per un paesino di nome Whistler, due ore di macchina da Vancouver, peraltro prossima sede delle Olimpiadi d’inverno del 2010, dove i genitori di Julian possiedono una casa. Sosta sulla strada per foto panoramica. In verita’ mi aspettavo di trovare la classica casupola di 40 metri quadri, just for fun, ma mi sono cadute le braccia quando mi sono ritrovato di fronte a una villa spaziale su tre piani, con vista strepitosa (la foto ne da’ solo un assaggino). Sistemazione, cena, chiacchierata fatidica e letto. Il giorno dopo (lunedi’) hikking in un parco naturale nei paraggi (non mi ricordo il nome).

Hikking = cinque ore complessive di saliscendi tra sentieri scoscesi e rocce, durante le quali il caro Julian mi ha seminato una ventina di volte con la scusa che non riesce a camminare troppo piano, salvo raggiungermi per chiedermi la cioccolata. Si passa attraverso tre laghi glaciali, il primo dei quali e’ questo.
Il secondo e’ questo (dovreste vederlo alle mie spalle). Notate la mia attitudine affranta dopo aver saltellato sulle rocce come un capriolo e aver superato indenne un paio di scivoloni (colpa delle scarpe non adatte, naturalmente).
Arrivati all’ultimo lago, Julian che mi aveva seminato da dieci minuti mi ha fatto trovare la “Colazione sul masso” (versione riveduta e corretta della celebre “Colazione sull’erba” – per la Colazione da Tiffany c’e’ ancora da aspettare [ndR. ma come mi vengono??😀 ] ).
Godersi lo spettacolo… e ridiscendere a valle.

Mannaggia, e’ tempo di andare all’aeroporto. Ripassiamo rapidamente da casa, e via in macchina verso Vancouver. Tempo di Akira sushi, da comprare a mangiare all’aeroporto dopo aver fatto il check-in che chiude un’ora prima.
Mangiamo il sushi nel tavolino di un bar guardandoci negli occhi e tenendoci per mano (sopra il tavolo, non sotto, come usa in Italia). Ha una camicia celeste che gli sta da dio e si combina perfettamente con gli occhi azzurri.
Fine del sushi, e’ tempo di andare. Mi accompagna al gate d’imbarco, mi guarda da lontano mentre supero i controlli di sicurezza, mi volto in continuazione mentre supero i controlli di sicurezza; e’ ancora li’ mentre scompaio lungo un corridoio, mi volto ancora mentre scompaio lungo un corridoio… E rieccolo dietro la vetrata del corridoio! Ma ha volato o cosa?!
L’ultimo bacio, attraverso un vetro. Come i carcerati!
Pero’, romantico.

Sono le 23.10. Si apre l’imbarco. Un uomo mi controlla il passaporto, e dopo averlo squadrato per bene mi fa: Nice photo. Fa sempre piacere ricevere un complimento, anche quando hai gli occhi umidi e ti senti un tornado nello stomaco.

Bambini. No!!! Odio i bambini nell’aereo. Gia’ sto male, poi devo pure sorbirmi quei detestabili marmocchi che stridono come pterodattili mentre l’aereo prende la rincorsa. Sto cercando di non vomitare.

6.55, ma per me sono le 3.55. Non ho chiuso occhio, nonostante i tappi di cera. Sono distrutto! Devo andare a scuola. Prendo lo shuttle bus, arrivo in classe con un quarto d’ora di ritardo e un senso di straniamento assoluto.
E con questo sono tornato all’inizio (“Telegrafico messaggio di ritorno”). Potessi fare il girotondo anch’io!

Pubblicato da: donalduck2008 | luglio 20, 2008

Downtown Vancouver

Vancouver e’ una citta’ di vetro: vetro, vetri e vetrate ovunque. E mentre passeggio mano nella mano col mio Julian nella downtown affollata del sabato pomeriggio, il mio naso va all’insu’ per ammirare I magnifici grattacieli. La giornata e’ splendida e il cielo e’ terso: c’e’ il sole (una rarita’) e fa fresco (come sempre).

Passeggiando per il centro si incontrano: la repubblica delle banane (…), una libreria dall’architettura spaziale, strade alberate colorate e movimentate, curiose voliere di vetro, cascate di petunie pendenti dai lampioni (tipiche anche a Boston) e… negozi di caramelle, sosta obbligata per Julian.

Vancouver e’ anche piena di senzatetto, che da altre citta’ del Canada si spostano in questa che d’inverno e’ la piu’ calda. Hanno un carrello tipo quelli della spesa e usano correre per le strade dando la rincorsa al carrello e poi montandoci sopra come un monopattino. Uno di costoro ci ha fermati e ha chiesto dei soldi per mangiare, ma Julian anziche’ dargli le monete lo ha accompagnato al primo drugstore e gli ha pagato bibita e panino.

E dopo la passiata, piscina a bordo oceano: bella! E mentre sostavamo a bordo vasca, Julian mi fa: Can you see the wedding? “Which wedding?”, chiedo io. Julian mi addita due uomini vestiti di bianco, in posa davanti a due fotografi, fuori dalla cancellata della piscina, in riva al mare. Acciderbolina! Il matrimonio gay mi mancava. Mi sono avvicinato alla cancellata con l’intento di fare anch’io una foto, ma poi mi sono vergognato. Peccato! Sara’ per il prossimo😀 Che carini, se ne andavano mano nella mano mentre il fotografo girava il filmino. ma niente da dire circa il fatto che il tutto avveniva in presenza di famiglie e bambini. Ecco cosa significa vivere in un paese civile.

Julian mi ha chiesto se pensando alle possibilita’ che non ho avuto non mi senta arrabbiato. No, non mi sento arrabbiato: sono incazzato nero.

Pubblicato da: donalduck2008 | luglio 18, 2008

Patire la fame e altre avventure a Toronto

Se dovessi farmi le analisi del sangue oggi stesso, credo che mi metterebbero a dieta coatta per denutrizione (con tutto il rispetto per chi e’ denutrito davvero, permettetemi l’iperbole – anche quella del titolo). Ormai mi sono abituato a saltare del tutto il pranzo (il break di mezz’ora e’ francamente troppo ridotto per correre nell’undeground, comprare il sushi, mangiare il sushi, perdermi nell’underground e tornare in classe), e given that da quando sono tornato da Vancouver non riesco ad alzarmi presto sto saltando anche la colazione (a parte il mio caffe’, che non manca mai). La cena preparata dalla mia landlady e’ qualcosa di inenarrabile… Per disperazione, per domenica mi sono offerto di cucinare io: ordinero’ gli ingredienti e passero’ il pomeriggio in cucina, pur di mangiare qualcosa di commestibile.

Tuttavia, nonostante il penoso stato delle mie membra che richiederebbe una lunga cura di sano cibo italiano, l’aver realizzato che manca meno di un mese al mio ritorno mi ha gettato nello sconforto. Per tirarmi su il morale, ho appena fatto un nuovo biglietto aereo: tre giorni a Chicago (26-28 luglio).
Ho anche accettato, sempre nella speranza di rasserenarmi e di captare qualche forma di energia universale che mi illumini (d’immenso), di seguire la mia landlady (la padrona di casa, la folle che si fa lo shampoo sotto la pioggia) ad una lezione di “hot yoga”, cioe’ yoga praticato dentro una sauna. E io che pensavo che lo yoga fosse una sorta di quieta meditazione trascendentale!
Pur di non darmi per vinto davanti al gruppo, mi sono sottoposto ad un’ora e mezza di stretching, posizioni indescrivibili ed equilibrismi improbabili, mentre perdevo litri di sudore e mi ballavano gli occhi. E il tutto con le uniche energie tratte da una specie di “bistecchina di maiale” che sapeva di ketchup (ma e’ cosi’ difficile condire gli alimenti in maniera _civile_? Scusate ma sto diventando intollerante e non riesco proprio a vederla come una differenza di cultura), certi cavolini di Bruxelles duri come pietre e una patata bollita con sopra il burro. Stavo per collassare.
Bene, almeno mi sono tolto la curiosita’ dello yoga e ne ho dedotto che non e’ cosa per me. La prossima volta che ho bisogno di svagarmi me ne andro’ in piscina e mi rilassero’ alla maniera occidentale. E se non salto di nuovo su un aereo della Westjet per volare in quella citta’ stupenda a stringere il mio Julian, e’ solo perche’ non ho piu’ il coraggio di fare una insana pazzia: ormai posso farne solo di quella sana e ordinaria.

Pubblicato da: donalduck2008 | luglio 17, 2008

Pagaiare e pencolare a Vancouver

Dopo essere rimasto a letto fino a mezzogiorno col pigrone di Julian, cosa c’e’ di meglio per iniziare la giornata? Ma una bella coazione, naturalmente😀
Una confezione di squisitissimo salmone affumicato che ci e’ durata per quattro giorni; lamponi freschi; marmellata di fragole preparata dalla madre; uova sbattute; toast con formaggio; certi dolcetti del posto, e l’immancabile espresso preparato con la mia moka personale che si sta facendo il giro del Nord America.

Ed eccoci in macchina diretti in un loco ameno dove si va in canoa. Siamo passati dal noto ponte che collega due parti della citta’ separate da un braccio dell’Oceano. Le strade sono ampie e alberate. E dopo un po’ si arriva a Deep Cove, una baia circondata da montagne, con case spettacolari lungo la costa e un porticciolo con un noleggio canoe.
Julian ha le braccia il triplo delle mie e con le sue pagaiate mi semina sempre dietro di lui, salvo precipitarsi indietro e attaccarsi alla mia canoa quando vede avvicinarsi un motoscafo perche’ ha paura che le onde gli rovescino lo scafo. Poi mi chiede un pezzo di cioccolata (io ho la responsabilita’ della busta del cibo e dell’acqua, semmai la sua canoa si dovesse rovesciare…) che ha comprato per me (sfotte, perche’ sa benissimo che non mi piace la cioccolata), e tutto contento si allontana di nuovo, ma non troppo da non potermi fare una foto.
Il tempo a nostra disposizione sta scadendo e noi dobbiamo tornare a restituire la canoa: siamo in ritardo e lui mi semina del tutto, diventando ormai un puntino all’orizzonte. Meno male che io non ho paura delle onde… Al mio arrivo lui e’ gia’ sulla spiaggia che mi aspetta facendo ciao con la manina: e’ decisamente un adorabile paraculo😀

Dopo avermi rabbonito con baci e abbracci davanti a tutti (questa cosa mi fa impazzire), ci rechiamo in un altro loco ameno chiamato Lynn Canion: un parco con un fiume e delle cascatelle, la cui attrazione principale e’ costituita dal Suspencion Bridge, un ponte sospeso sul burrone tramite corde d’acciaio. Si arriva al centro, si staziona, e ci si diverte a pencolare un po’. Una coppia si e’ offerta di immortalarci, e il risultato e’ uno splendido quadretto che adesso e’ lo sfondo del mio desktop. Casualmente i due erano tedeschi, e cosi’ ho potuto udire Julian conversare nella sua seconda lingua d’origine: che maledetta invidia! Non bastera’ un perfetto inglese per sanare la mia frustrazione di non saper parlare almeno quattro lingue.

E al ritorno, una nuova esperienza tipicamente americana: McDonald senza scendere dalla macchina. Si ordina da un citofono, si paga allo sportello piu’ avanti e si raccoglie la busta col cibo in un ulteriore sportello. Una goccia di ketchup sulla maglietta bianca, e via a casa nella fresca sera vancouverina. Qui non si arriva mai oltre i 27 gradi, nemmeno in piena estate!

Older Posts »

Categorie

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.