Posted by: donalduck2008 | Maggio 27, 2008

E finalmente mi godo l’America

Dear all,
complici sole, piacevole compagnia e una Boston che si sta rivelando in tutto il suo potenziale ho passato 3 giorni magnifici!

Ma iniziamo da venerdi’ sera, quando mi sono visto col mio amico Carlo venuto qui col suo ragazzo da New York. Ci siamo incontrati ad Harvard Square dopo cena e abbiamo fatto una bella passeggiata nei dintorni. Il ragazzo di Carlo (Ross), scozzese, e’ un neolaureato di Harvard e alla tenera eta’ di 23 anni ha gia’ un lavoro “da paura” a NY. Carlo, italiano, 40 anni, ingegnere aeronautico, non trova lavoro in Italia e ieri e’ dovuto tornare a Roma perche’ sono scaduti i 3 mesi di soggiorno legale negli States. Andra’ a cercare fortuna a Londra fra poche settimane. Non aggiungo altro.
Per soggiornare a Boston, hanno potuto usufruire di un appartamento dell’universita’ di Harvard, che non e’ altro che quello dove ha vissuto Roosvelt da studente. Mi hanno portato a visitarlo: un bell’appartamento con parquet e alti soffitti a cassettoni, con un giradischi di quelli antichi, il camino e vari tappeti e arazzi, in un palazzo nel quartiere universitario. Alla fine siamo andati a bere qualcosa a casa mia. Abbiamo parlato in italiano … ma finalmente una faccia amica!

E veniamo a sabato. La famiglia che ospita Silvia la brasilera, mia compagna di classe, ha organizzato una gita nel nord del Massachusetts offrendo un passaggio ad altri studenti alla modica cifra di $15. La somma comprendeva uno scatolone di schifosissime ciambelle della maledetta catena Dunkin’ Donuts, che non ho osato toccare, e con cui la coppia si e’ presentata all’appuntamento a bordo di un macchinone da 8 posti.
Il marito, Allan, e’ un obeso che nonostante il diabete (spettegulez) non ha fatto altro che bere dal bicchierone Dunkin’ Donuts e mangiare ciambelle; respira e cammina con fatica, e quando parla non si capisce niente perche’ le alate parole restano imprigionate fra i baffoni. La moglie invece e’ di origini filippine e non essendo madrelingua parla chiaramente; anche lei sta prendendo la strada dell’obesita’, ha mangiato ciambelle e bevuto una melma gialla con della panna sopra. Quando il liquido e’ arrivato alla fine e la cannuccia ha iniziato a fare il classico rigurgito a noi noto, ho cercato di non vomitare.
Non si e’ zittita un attimo nella sua foga di guida turistica, e spero che tutta quella inondazione di inglese sia finita in qualche cassetto della mia mente. Il tempo non era particolarmente soleggiato ma abbiamo visto un sacco di bei posti, ho finalmente parlato in inglese tutto il giorno e sono stato in allegra compagnia. Rimando ad apposito topic per foto e descrizione luoghi.

E veniamo a domenica… la giornata piu’ soleggiata da quando sono arrivato a Boston. Aria pulitissima, vento, temperatura mite: decido di andare a visitare un altro parco di Boston chiamato Fenway Park (rimando ad altro topic). Mentre mi aggiravo per l’immancabile pond pieno di squirrels e geese, ho incrociato un ragazzo dal chiaro aspetto orientale che mi ha salutato come qui e’ d’uso soprattutto se ci si trova in sentieri, parchi, stradine, scale mobili ecc. (ora capisco perche’ a Villa Pamphili gli americani mi salutano). Siccome pero’ il suo “Hi” mi e’ parso condito da un sorriso particolarmente compiacente, mi sono voltato e dopo pochi minuti… eccoci a conversare camminando lungo lo stagno.
Mi ha chiesto di andare a bere qualcosa e abbiamo scelto un bistrot carino nel South End, con tavolini all’aperto, dove stavano servendo il brunch. Finito di mangiare siamo saliti in macchina e abbiamo fatto un bel giro in un quartiere chiamato South Boston, costituito da una collina con bellissime case in perfetto stile New England e da una baia con una spiaggia e un forte che ha qualcosa a che vedere con la seconda guerra mondiale.
Purtroppo quella stronza della mia macchina fotografica ha pensato bene di scaricarsi sul piu’ bello, ma tornero’ in loco per immortalare il tutto, in un’altra bella giornata. Il vento forte puliva l’aria, gli americani prendevano il sole in spiaggia e sui prati, c’erano un sacco di aquiloni e giusto sopra di essi passavano gli aerei in atterraggio al Logan Int’l, proprio li’ di fronte. Ci siamo trattenuti un po’ e abbiamo percorso un lungo camminamento sull’acqua, dentro la baia. Alla fine siamo tornati alla macchina e il mio nuovo conoscente mi ha proposto di andare a visitare l’isola in cui vive, un locus amoenus a nord di Boston chiamato Nahant. Come dire di no a un boy con tanto spirito e fair play?!
Cosi’ ci siamo avviati verso nord e ho potuto finalmente percorrere il famoso “big dig”, il tunnel subacqueo di recente costruzione. Abbiamo costeggiato il mare e dopo circa 20 min di strade belle, larghe e a 4 corsie siamo arrivati in un’isola collegata alla terraferma da un lungo ponte. Gene, nato a Boston da famiglia coreana, si e’ appena comprato una casetta a due passi dal mare (tanto per iniziare), in questa isola un po’ esclusiva da cui si vede Boston in lontananza e l’oceano ovunque.
Abbiamo fatto una lunghissima passeggiata e non potete immaginare quanto mi rodesse non poter fare foto, perche’ l’aria era cosi’ pulita che che ogni colore brillava come smaltato. Ho visto scogliere, spiagge sabbiose e sassose, strade larghe e pulite con ville e giardini perfetti… tutto lindo, ordinato e silenzioso, come del resto quasi ovunque da queste parti, anche nella city. Bellissimo lo skyline di Boston in lontananza, il mare punteggiato di vele bianche, una nave da crociera all’orizzonte, la bandiera americana ovunque… wow, cosi’ si’ che mi piace!
Dopo la passiata siamo andati a casa sua, 120mq di legno in perfetto stile americano; mi e’ stato offerto di sentire della musica, e non ho fatto in tempo a stupire per lo stereo collegato al pc in un’altra stanza che ho avuto un moto al cuore: VIVALDI!! Concerti per flauto. Ho fatto la conoscenza del gatto di casa, Jullian, e poi siamo andati a comprare qualcosa da mangiare in un enorme supermercato (altro capitolo a parte, sto scoprendo cose inaudite al riguardo).
Dopo cena mi ha riaccompagnato a Boston, sempre emozionante lo spettacolo dei grattacieli illuminati, con un mal di testa tremendo per tutto quell’inglese, ma decisamente contento!

Ieri invece gita in barca sul Charles river con Silvia la brasilera, il cui inglese e’ improponibile, ragion per cui le nostre conversazioni sono piu’ distese di quelle con un nativo… ma mi sono rifatto in serata, quando a sorpresa Gene mi ha telefonato dicendomi che stava dalle parti di casa mia. Siamo andati a fare una passeggiata e quando mi ha visto ha detto “you are more handsome than I could remember”…

Imparate, gay italiani: cosi’ si corteggia un vero gentleman !!

Risposte

Cominciavo a preoccuparmi… :-)

Magister, ti ricordo per quale motivo non sei voluto andare in Giappone. Che i Coreani siano più prestanti?

Spiritosi! :D
E poi in Giappone non ci sarei andato comunque. Meglio l’Occidente…

A me piacevano le ciambelle, ma non erano di Dunkin’ Doughnuts: le andavo a comprare in una vera “bakery”. Erano del tipo bismarck: lunghe, senza buco, con una sfoglia di cioccolato sopra e un cuore di panna; buonissime (anche se un po’ troppo dolci). Ti consiglio vivamente di provarle.
Che invidia! La costa est è proprio un sogno. A proposito, se non hai già mangiato la “clam chowder” (zuppetta di vongole con patate), che è tipica di quella zona, ti consiglio anche quella.

Artorius, mi interessa lo spelling di Doughnuts: non l’ho mai visto scritto cosi’. E quanto a chowder qui dicono e a volte scrivono “chowda”. E’ un tratto del dialetto bostoniano: -er finale lo pronunciano “a”. Comunque l’ho mangiata piu’ volte, sia nella ciotola che dentro il pane scavato, come anche la lobster bisque :D

Chowder = chowda
Questione di sonante?

Bravo fratè, cerca di accasarti lì..( marò questo lavora per il *****, mica m*****a ) ke poi mi introduco anche io!!!

Immagino di si’ Sempronia: sul dizionario c’e’ un simbolo apposito per vocale+r finale, mentre qui pronunciano proprio A (”lobsta” ) e “caa” per “car”.

Fra’, visti i precedenti meglio non fantasticare troppo!

Un tipo di pronuncia, noto, più vicina a quella degli inglesi che a quella americana doc.

In effetti, hai ragione a dire di non averlo mai visto scritto così: ho usato l’ortografia britannica; quella americana è donut, come nel nome della catena.
La forma britannica suggerisce meglio il significato della parola: dough nut, cioè cuore/noce di pasta (frolla).
A proposito, se non hai ancòra un vocabolario monolingue, ti consiglio vivamente l’OALD (Oxford Advanced Learner’s Dictionary), che è chiarissimo, facilmente consultabile, dettagliato e riporta anche le varianti americane. Puoi saggiarlo al seguente indirizzo (magari provando proprio a cercare “doughnut”): http://www.oup.com/elt/catalogue/teachersites/oald7/?cc=it

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