Ed eccomi finalmente sul mio bel Boeing 767. Dopo le prime manovre di spostamento e’ da venti minuti che stiamo fermi ad un incrocio senza decollare. L’aereo e’ mezzo vuoto, io sono comodamente seduto accanto all’oblo’, nessuno a fianco, e ho anche scampato il pericolo bambini. Aspettiamo…
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Porca miseria! qui e’ come in autostrada al casello! L’aereo ha sterzato e ho potuto vedere dietro di me una fila di almeno altri velivoli. Davanti c’e’ un Air One; poi tocca a noi.
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In volo da venti minuti circa. Vedo sotto di me una massa a forma di isola; ci sono montagne innevate al centro e un promontorio sporgente sulla punta: non mi dite che e’ la Corsica! Non riesco a capire. Intanto mi sto godendo la mia personale confezione di sandwiches: il primo che ho addentato e’ un tramezzino di pane ai cereali e semi di sesamo con dentro schifezze varie, tra cui spiccano due fette solide di colore arancione. Buonissimo. Ho anche del the’ !
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Noto con un certo disappunto che in prima classe stanno servendo il pranzo… Sarei tentato di bloccare una hostess e chiedere un’altra razione di sandwiches.
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Montagne innevate qui sotto e una grossa citta’ con un fiume in mezzo. Sara’ mica Torino?! non riesco a capire.
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La mer! Dev’essere la Manica… E questa e’ senza dubbio l’Inghilterra.
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Atterrato. Magnifico volo: comodo, silenzioso, piacevole. L’unica nota negativa e’ il fatto che non mi abbiano fornito la mia personale salvietta rinfrescante. Non riesco a capire. Ad ogni modo, una volta superati i controlli di sicurezza, ho cercato di godermi l’aeroporto di Heathrow, notando in particolare:
- non so se avete visto Bianca e Bernie, ma l’impressione che si ha entrando in questo aeroporto e’ la stessa della prima scena del cartone animato (e ora andatevelo a vedere!);
- gli Inglesi sanno esporre le merci in vetrina in un modo che ti farebbero comprare qualsiasi cosa;
- i cessi sono spettacolari, ci sono anche le docce e grandi poster alle pareti (moda, viaggi, ecc.);
- il terminal 5 sembra un’astronave, e dal soffitto pendono eleganti pale ventilatrici.
Una tipica esperienza da aeroporto londinese: ammirare uno splendido esemplare di sesso maschile che sorseggia un calice di vino bianco seduto sullo sgabello di un seafood bar. Che stile.
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Questo Boeing 777 e’ una scatola per sardine! Sono letteralmente incastrato tra l’oblo’, il sedile di fronte e quello a fianco. Mi sono stati forniti una copertina e un cuscino fucsia, ma continuo a non vedere la mia personale salvietta rinfrescante. In compenso, accanto a me siede uno stallone di 2 metri, bello ma non troppo. Ho sbirciato sul suo form (il fatidico modulo per la dogana I-94W che ci hanno gia’ consegnato) e ho scoperto che e’ russo e ha 33 anni (ma li porto meglio io).
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Ecco un drink: succo di ribes. Lo accompagnero’ concedendomi un lusso non da tutti: concerti di Vivaldi a 10000 metri di altezza, con l’oceano che si distende immenso qui sotto. Sublime.
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Dovete credermi, il mio inglese sta gia’ migliorando! Nonostante le cuffiette, ho captato il labiale della hostess che recava un vassoio a una specie di indiano seduto di fronte a me: Your special meal, ha detto. A proposito, ma il mio meal??
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Eccolo! tra chicken e fish ho optato ovviamente per fish. Descrizione: una ciotolina di insalata mista come quella che compro al mercato sotto casa, con al centro una palluzza a base di salmone affumicato ed erbine varie, e in piu’ due strani creckers per accompagnare il tutto; una fish pie (tortino con una base di merluzzo, pappette non meglio identificate, piselli, erbine, cubetti di patate gratinate in superficie… squisito - per fortuna che il rombo delle turbine copre i miei legittimi gemiti di piacere); un soffice panino al latte su cui ho spalmato una salsina al burro; dolcino ai mirtilli. Ho richiesto anche una bottiglia di vino rosso della California.
Ah, dimenticavo: mentre svolgevo il viluppo con le posate, ecco sbucare finalmente la mia personale salvietta rinfrescante!
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Sotto di me c’e’ uno strato continuo e ininterrotto di nubi bianchissime, e sopra di esse un alone azzurrino e come fosforescente. Che meraviglia! Sarei davvero curioso di sapere dove siamo. Sarei ancora piu’ curioso di sapere se le mie due valigie stanno volando con me nella stiva…
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Il solito imbranato! ho appena scoperto che nel televisorino qui davanti a me si forniscono alcuni dati sul volo, e c’e’ anche la mappa dell’itinerario! Dunque mancano 3 ore all’arrivo, siamo esattamente sotto la punta della Groenlandia, a Boston sono le 15.06, siamo a 12000 metri di altezza, fuori ci sono -60 gradi, voliamo a 1000km/h.
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Mi hanno portato un succo d’arancia. Good!
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Terra! Lande disabitate e incredibilmente frastagliate, laghetti insenature e mille rivoli ovunque (tipica morfologia glaciale), specchi d’acqua ghiacciati. Meraviglioso! Secondo il televisorino stiamo volando sopra l’isola di Newfoundland.
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Ora non dite che sono ossessionato dal cibo, ma sono arrivati i sandwiches! E non potete immaginare la gioa quando ho aperto la confezione e ho visto ben 4 tipi di tramezzi diversi! C’e’ anche una fetta d’ananas e uno strano biscotto al cioccolato. Ho anche del succo di ribes! Il tutto ha meritato un accompagnamento di tutto rispetto: suites per viola da gamba di Marain Marais, uno splendido compositore francese alla corte del re Sole. Che stile.
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Siamo scesi di quota passando in mezzo alle nuvole, con un po’ di turbolenza. A Boston piove. Ora ci stiamo facendo dei giretti nei dintorni perche’ la pista non e’ pronta per l’atterraggio. Il cielo grigio mi impedisce di godermi la prima vista dei grattacieli. Se tutto va bene, dovremmo atterrare fra qualche minuto.
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Landed. Il bestione ha toccato terra come se fosse una piuma. Appena scesi ci hanno direzionato verso il nastro trasportatore, e non potete immaginare il sollievo che ho provato quando ho adocchiato una delle mie due valigie che gia’ faceva il girotondo. Una decina di minuti dopo e’ arrivata anche l’altra. Dunque con la ventiquattrore a tracolle, il borsone in spalla, le due valigione a rotelle nelle rispettive mani mi sono diretto verso la dogana, dove ho affrontato la fatidica interview. Il primo controllo e’ andato liscio: mi sono state fatte le domande di rito (incluso il mio lavoro: non bisogna assolutamente dire di non averne uno, si verrebbe reimpatriati immediatamente!), prese le impronte digitali e scattata una foto. Il doganiere mi ha salutato con un gradito enjoy your visit. Al secondo controllo mi e’ toccato il classico poliziotto americano tarchiato e con l’atteggiamento da duro. Mi ha chiesto quanto tempo intendessi rimanere negli States, e quando gli ho detto two months ha iniziato con fastidiose domande. Ah, naturalmente qui danno per scontato che tu sia perfettamente anglofono. A un certo punto, per mettermi in difficolta’, mi ha chiesto come mai un insegnante potesse avere 2 mesi di vacanza in questo periodo. Che stronzo! Per fortuna mi ero preparato alla domanda e prontamente ho risposto che lavoro in proprio e non per la scuola pubblica. Soddisfatto della risposta, mi ha dato il suo go on.
Esco dalle porte dell’aeroporto: sono finalmente in America.